Noi, un pronome nell’intimità

Amare significa rispettare la libertà di vivere e di realizzarsi dell’altro.

Ma quanto siamo disposti a sacrificare e sacrificarci per assecondare che l’evolversi venga guardato non in senso unico, strada senza uscita, ma come una fagocitosi prolungata delle soddisfazioni che ne beneficiano entrambi?

Trovare un complice perfetto, come il delitto di un Hitchcock in bianco e nero, dove le risate danno colore alle scene madri di una realtà da delineare, è questo che bisognerebbe sperare quando, nel mare magnum degli sguardi, incontri qualcuno, la parola d’ordine dovrebbe essere quel “per arricchirsi” stampato sulla fronte senza dare l’impressione falsata che non si cerca nulla.

Buddha, Dio, la montagna di Maometto, la mia vicina di casa, il calendario di Frate Indovino, il Manuale delle Giovani Marmotte, tutti sono d’accordo su una cosa, a meno che l’ascetismo non diventi una seconda casa interiore, non siamo isole e lo scopo su questa terra è la comunione tra anime che si incastrano affinché quella meravigliosa parola chiamata sentimento riesca a costruire.

Ho sempre avuto paura dell’amore, da morire, come se in ogni relazione dovessi cedere una parte di me, la più bella, quella che colora l’anima e mi profuma i capelli anche se piove e arrivo davanti l’uscio di casa trafelata per scampare ad un temporale e sono zuppa di libera felicità.

Come se chiudermi in un rapporto a due fosse il passaporto per una perdita d’identità dove neanche i tuoi sette nomi potessero riuscire a darti l’alibi che il tuo io esiste.
Ma c’ho provato.

Ho indossato vesti scomode e piene di rattoppi litigiosi dove neanche un candeggio sbagliato avrebbe fatto la differenza.
Ho resistito, preso responsabilità, sopportato, stretto pugni e denti, delle volte ho anche sorriso, ingabbiata in vite prive di me.

È questo il punto.

La privazione dell’essere è il reato più grande che possiamo commettere alla nostra data di nascita.
Ho spesso smarrito l’equilibrio della mia persona per diventare cosa, allora non lo sapevo.

So per certo che il tempo dei respiri mi ha aiutato a capire quello che non voglio più.
La vita degli altri. Il mondo degli altri. L’esclusiva degli altri. 
A me non serve prendere dagli altri, basto a me stessa e quando non mi basto più una schiena dritta, in piedi soldato e guardo in alto.
La mia personalissima resilienza viene dal quel buio che molte volte fa un rumore tremendo nel silenzio di quell’ interruttore che basta un click e “luce fu!”

Sono un tu così intimo che ormai riconosce solo quell’io così raro, lo osserva da lontano, se ne compiace e sedendosi accanto lo descrive, sente che alla fine esiste, c’è anche il “noi”, un insieme che non prende ma semplicemente riempie, anzi no, arricchisce.

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