Tu lo conosci Roccacannuccia?

Ho sempre creduto che conservare un po’ di tempo passato sia un investimento per il presente.

I momenti felici ci ricordano che ogni notte si scioglie nell’alba.
Oggi, tenendo viva la cronologia delle mie rimembranze gioiose, faccio tanti salti indietro per ricordarmi della sera prima del 6 Gennaio.

Eh si, ritornare con la mente alla comune notte della Befana per il mondo tutto o quasi, un’aspettativa gaudente per chi come me viveva l’attesa della preparazione.
A casa mia non esisteva la simpatica vecchina che su una scopa portava i regali, ma era degnamente sostituita da suo nipote, il noto Roccacannuccia.

Adesso non chiedetemi perché, ma siamo vissuti insieme a mio fratello, con la telefonata il 5 gennaio, a questo fantomatico ragazzo che, forte della sua età, secondo mio padre Antonio, portava i regali più grandi, perché poi la signora vestita che Enzo Miccio l’avrebbe bandita da tutti i regni, su quella “Pippo” di plastica, al massimo poteva distribuire caramelle e carbone.

Mio Padre davvero lo telefonava, prendendo la cornetta di un vecchio telefono nero stile inglese, attaccato al muro, bello, tanto, altro che i cordlees sempre scarichi e con il fruscio nel microfono di oggi.
Questo numero era fatto di sei zeri ed una volta composto, oibò, per davvero squillava…ingenua io che con le manine a statuina di un San Antonio in chiesa e gli occhi come chi vede uno stupore immenso ci credevo.

Era bello crederci, e a dirla tutta, ci credevamo tutti a casa, anche Ornella che gridava dal corridoio: “Ricordati anche di me, tanta cioccolata” e Antonio guardandola, sorrideva, com’era pieno d’amore quello sguardo complice di chi mi ha donato la vita.
La telefonata era un tripudio di “Uhmm, ehmm, si si sono stati buoni, mmm, forse un po’capricciosa la piccola, ma in effetti buoni” di mio padre al telefono e di un’ accorato silenzio da parte di noi due bambini.

Proseguiva con la richiesta dei doni e la promessa che avremmo fatto trovare latte caldo e biscotti in cucina, “Ma perché?” chiedevo –  sono sempre stata curiosa e non facile da accontentare con le spiegazioni banali –  “Perchè viaggiare nella notte, al freddo, stanca”, mi si rispondeva con convinzione.
Finita la “chiacchierata”, papà ci guardava e con tono scherzosamente severo diceva: ““Vedremo domani mattina cosa succederà “.

Dopo quella frase saliva un’adrenalina fortissima in me, tanto da scappare in bagno a far pipì.
Era bella la sera del 5 gennaio, intensa nell’attesa, forte della sua aspettativa ma soprattutto piena della fantasia di mio padre.
La notte, ricordo, passava insonne, nessuno tra me e mio fratello dormiva, ma nessuno dei due si sarebbe azzardato ad alzarsi dal suo lettino per aspettare Roccacannuccia.
Con amore preparavamo, prima di andare a dormire, latte bianco caldo in tazza e tanti biscotti di pastafrolla ed  aggiungevo anche un biglietto: ” Grazie signor Roccacannuccia per aver affrontato un lungo viaggio per portarci doni e caramelle”.

Finito il rito, bacetto ai due simpatici genitori, prendevo l’orsacchiotto e scappavo sotto il piumone.
La mattina era un urlare mio stonato di:” É arrivato, é arrivato!” perchè ai piedi del letto trovavo una calza piena di cioccolata ed il regalo che avevo richiesto.
Correvo in cucina ed il latte, biscotti e biglietto non c’erano più: era la prova confutata che fosse passato di lì.

L’anno scorso, in un cassetto, riordinando la scrivania di papà, in una bustina bianca, ho ritrovato quei messaggi scritti da una manina elementare ed un cuore infantile.
Ho sorriso, credendo che Antonio, con la sua spettacolare e premurosa immaginazione, altro non avesse fatto, in tutta la sua vita con me, che creare la magia del natale

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