Ma tu la conosci Lucia?

“Mi ha bloccato su Facebook, su WhatsApp, su Telegram, su Twitter, Instagram, Tinder e su Tumblr…” urla al telefono, piangendo, con un’amica che chiama “Hai capito Lucia, hai capito Lucia?”

Ragazza mia, “hai capito Lucia”, con questi urli avrà compreso dall’altro capo del cellulare ma credo anche che tu forse, opinabilmente, la butto qui, abbia qualche piccolo problemuccio…a meno che non lavori nella comunicazione che impone di essere registrata in tutti i luoghi, fiumi e continenti fino a dove si prende il Wii-fii fotografando l’aurora boreale, credo che troppi social conoscono il tuo nome.

Penso tra me e me in questo luogo ameno dove farsi i fatti degli altri è l’unico modo per passare il tempo.
Si potrebbero leggere le cartelle cliniche altrui ma neanche darebbero il permesso.

Avrà trenta e passa anni, una mia coetanea insomma, e l’ho pure definita ragazza, ma tant’è a casa mi chiamano “bimba”, digressione affettuosa di mio fratello che mi vede ancora come la pupa che giocava con lui con un casco da motociclista giallo in testa ed un mitra di plastica blu tra le mani, dovevamo liberare il mio Cicciobello indiano dagli orsi di peluche e dalla bambola Sbrodolina che era a capo della sezione sequestri. Il divano era il nostro furgone, i cuscini la nostra protezione. Ogni pomeriggio, dopo la visione di Ken il Guerriero e prima dei compiti, questo era il nostro gioco preferito anche perché Antonio ed Ornella ci affidavano al controllo di Rita per gran parte della nostra giornata e lei, incauta nel suo mestiere da babysitter, ci lasciava il predominio del tempo, anche perché al ritorno di mamma i compiti erano fatti e la merenda digerita.

Sta piangendo ed io nel mio cappotto rosso vorrei avvicinarmi e prenderle la mano, che poi siamo stati tutti la voce che grida “Lucia hai capito”, bannati ovunque, come se si potesse far morire l’anima di una persona eliminandola dalla vita virtuale.

Che strana la comunicazione oggi.

Ci facciamo compagnia in tutti modi, riempiendo testi di parole da far leggere ad un destinatario che forse neanche se ne fregherà di prendere in considerazione il nostro stato emotivo. Quando alla fine servirebbe solo un abbraccio ed un “a domani” da sentirsi dire perlomeno un mese di fila, giusto per non fare la fine dei folletti che vivono nei boschi e che escono la notte per non farsi vedere abituati ormai a percepire la luce solo nell’oscurità del buio.

“Francescapaola…”

Quando non mi chiamano Chicca penso sempre che ci sia un sermone di rimprovero in corso, ma non è la voce di mio padre a chiamarmi che quella ormai non me la ricordo neanche più e questa cosa è la luce spenta della mia anima.

“Francescapaola, tocca a te”.

Con quel “Tocca a te” penso sempre che il mio turno lo rimando “a domani”, che una promessa, se si è abbastanza saldi, ce la possiamo fare anche da soli, però, a dirla tutta, non sarà mai la stessa cosa.

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