Ma Tu davvero lo sai?

Ascolto spesso queste due parole che sembrano un’affermazione di presunzione ed in effetti lo sono quando fuoriescono dalla concettualizzazione precisa di una nozione, lì a ben dire, fosse anche per rispondere correttamente, non si può far a meno di pronunciarle, scriverle o sottintenderle.
La circostanza, di buon grado, le posiziona in una sfera di conforto dove un’ ignoranza socratica domandata viene riempita da una risposta che nutre.

Quando, però, a mio sentire, rispondere così diviene irritante?

Succede nelle emozioni, con i personali stati d’animo quando, prima ancora che si inizi a parlare o scrivere, ci si sente rispondere quel “lo so, io ti conosco” che a dirla tutta,  mi ha proprio stancato.

Guardo me stessa non come egoriferito ma come punto di analisi da migliorare, sempre.

Mi faccio compagnia da quando ho emesso il primo vagito, dopo la manovra di chi si posiziona podalica ed esce con prepotenza e semiasfissia dal ventre materno e, guardandomi riflessa in una vetrina di un negozio, quando capita di specchiarmi, vedo ancora una caleidoscopica donna dalle multietniche sfaccettature. Sopportare chi, senza neanche sapere sul serio cosa realmente faccio dalle 14 alle 15 di pomeriggio, si arroga quel diritto superficiale e per nulla normativo di conoscermi nel profondo, come se togliendo la biancheria intima con il pensiero potesse sapere chi realmente sei, è diventato idiosincratico come quando l’Indice MIB della Borsa italiana sale alle stelle.
Ho spesso incontrato uomini e donne che non prestavano attenzione al sentire, preoccupati di prepararsi la risposta per sapere cosa dire. Il massimo che ne veniva fuori era “lo so” privo di profonda empatia e compartecipazione.

Mi sono sentita rispondere questa forma castrante di dialogo quando è morto mio padre da persone che hanno ancora vivi entrambi i genitori.
“Sto male!” – “Lo so” e nella mia testa frullavano le bombe del Vietnam che se le avessi avute a portata di mano avrei disintegrato chiunque fosse davanti la punta del mio naso.

Non serve mettersi nei panni altrui per capire.

Si può intuire, ascoltando e lasciando parlare gli avventori del dialogo confidenziale, ma non ci si può permettere, dall’alto del proprio marmoreo piedistallo, capire come realmente si sta nel “bordello di dentro”. […]

Ho smesso da un bel po’ di prestare attenzione a chi mi risponde “lo so”, anche perché non saprebbe mai il pomeriggio, dopo le 13.30, che cosa realmente mi piace fare.

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