Sette, il numero perfetto!

Privarmi dei miei sette nomi, con la virgola, sia chiaro, è come se provassi a fermare i colori della mia caledoiscopica multisensorialitá.

Per mamma e papà dovevo essere Francescapaola, quattordici lettere, tutto d’un fiato, per paura che scappassi via già alla pronuncia della prima preposizione articolata che compone il mio significato.

Che un significante è nella soluzione di quel nome così lungo, composto, unito, “con Paola piccolo” ho sempre dovuto specificare, quasi a voler far capire, a chi lo scrivesse, di non sbagliare con me.

A nulla è valsa fin ora quella precisazione talmente permetto alle persone di ferirmi.
Ma sto imparando a dire sani “vaffanculo” ed educati “nonciromperevedioradiandartene” che mica è semplice per chi viene educata a pane e “permesso, posso entrare?” capire che delle volte, scardinare quel grandino di perbenismo è liberatorio.

Sia chiaro, mai potrei spogliare la mia anima di questo humus, c’è chi nasce con la camicia e chi con la nobiltà e se prima me ne facevo cruccio, quasi a vergognarmene
– alle elementari dicevo che la tata era mia madre perché credevo che l’austerità di Ornella fosse quel muro che mi avrebbe allontanata dalle amiche e che mio padre, in realtà, era un signore preposto ad accompagnarmi perché il mio vero genitore era impegnato a lavorare lontano da casa – con il tempo ho capito che essere, semplicemente essere come si è, rappresenta la chiave per respirare senza sentirsi schiacciati da pesi che neanche ti sei scelta.

Dentro una prigione emotiva c’è sempre quella mente ingannevole che fa capriole quando sente che il costrutto di quel romanzo inizia ad avere una fine scontata e poco edificante e sai che tu, di scontato, non hai neanche il timbro della voce.

Allora ripenso ai miei sette nomi.
Ci vuole coraggio a registrarli all’anagrafe.

La storia narra di un padre che davanti all’addetto del comune, la mattina della mia venuta al mondo, disse: “Francescapaola”.

Seguí un silenzio.

[…]

“Ma non le sembra che sia troppo lungo?”
“Ha ragione. Scriva…” 
L’ho visualizzato più volte quel dito indice puntato di Antonio che con fare perentorio ordina, totalmente ordina, nell’immediato, di fare quello
che da lì a poco avrebbe suggerito.

Perché papà era così. Buono all’inverosimile. Ma deciso, caspita se era deciso nelle sue risolutezza.

“Francescapaola, Serenella, Giulia, Roberta, Carmen, Valeria, Maria, e controlli le virgole”.

Credo che abbia provato un’assoluta sensazione di amore selvaggio verso quei nomi, quasi a voler dire al mondo “È nata la magnificenza e nella sua imperante bellezza porterà su di sé il peso dell’esagerazione, anche nei nomi”.

Per scoprire chi si è, si parte sempre dall’inizio.

Ho imparato a non ignorarli quei nomi, a ripetermeli molte volte quando il tempo di guardare ed ascoltare il mondo cercava parole giuste che non c’erano.

Allora ricorrevo a loro.
I miei sette nomi.
Come i sette nani.
I sette giorni della settimana.
I sette colli.
I sette re di Roma.
I miei sette nomi.

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