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“Scheewittchen” non è una parolaccia!

Stamattina, navigando in rete, alla ricerca di un fatto di cronaca veramente interessante, da “starci sul pezzo”, che poi in questo periodo mi annoia tutto, fatta eccezione delle patatine in busta alla paprika, il cioccolato fondente e Topolino letto sulla mia solita panchina vicino la chiesa mentre i vecchietti posizionati sulle equidistanti sedute parlano ad alta voce da soli e se ne dicono di “cotte e di crude”, (di mio lo faccio già, non ancora ad alta voce, ma la strada è quella per come sto stirando la piega della mia vita), mi sono imbattuta in un sito tedesco che spiegava come certe parole si debbano pronunciare correttamente.
La mia già labile attenzione è caduta su un termine inscrivibile a memoria, l’ho appuntato sul palmo della mano con una Bic blu, figuriamoci pronunciarlo.
“Scheewittchen”. Si, ho scritto proprio “Scheewittchen”, la nostra “Biancaneve” in italiano.

Biancaneve, OH!
Quella ragazza tutta casa e chiesa che in cambio di “vitto, alloggio, lavatura e stiratura “ senza contributi INPS, badava a sette nani “allegri ma non troppo”.
Ho riflettuto sulla mia infanzia, su quando papà più semplicemente mi convinceva ad andare a letto con la promessa del racconto della “Principessa Sbrodolina”.
Ella era una povera creatura sfigata che non trovava marito perché un maleficio l’aveva costretta a sbrodolarsi ogni volta che mangiava qualcosa, ma sbrodolarsi così tanto che i principi la schifavano proprio, e pure il re, la regina, il ciambellano di corte e la strega che le aveva buttato il malocchio.
Era una bella favola, mi piaceva ascoltarla mentre bevevo il mio latte nella tazza gialla con il manico di gomma arancione, e per imitarla, già in tenera età mi sentivo principessa, me lo versavo sulla maglia del pigiamino rosa con Bambi disegnato su.
Papà, una volta finito il racconto, notando le macchie, mi consigliava di nascondermi sotto le coperte così da non far accorgere nulla a mia madre che di lì a poco sarebbe passata per il bacio della buonanotte, fissata com’era per la pulizia, ancora oggi sia chiaro, leggende narrano che sia stata battezzata con acqua e varechina per sterminare i germi dalle mani del parroco buonanima, di sicuro non ci avrebbe risparmiato un rimprovero dal tono severo, sarebbe passato il sonno e poi: “Buonanotte Sbrodolina! “

Antonio era tattico, come Arrigo Sacchi.

Ripensando ai ricordi delle favole ascoltate, sono giunta alla banale conclusione che la mia infanzia, nonostante alle elementari avessi avuto una maestra noiosa, che dormiva con la testa appoggiata sulla cattedra con i suoi raccomandati sempre attorno a lei, la professoressa di italiano delle medie che non capiva la mia “interiorità kafkiana”, tanto da indurre un collegio docenti per capire come mai fossi così introspettiva a quell’età, le urla della mia genitrice ogni tanto, ecco, il tutto paragonato ad un: “Dai adesso tutti a nanna che se fate i bravi la mamma vi racconta la favola di Schneewittchen”, abbia vissuto un tempo infantile rassicurante, dai toni morbidi ed un po’ scanzonati come quelli che dovrebbero ascoltare tutti i bambini.

 

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