Il volo della trapezista

Ho sempre tenuto al garbo.
Quando mi accorgevo, da piccola, che qualcuno compiva gesti inappropriati, con nonchalance, rimettevo in silenzio le cose al loro posto per non creargli imbarazzo.

Credo che sia questo l’aspetto umano di una mano amica.

Non creare disagio quando nasce da solo, inconsapevolmente, figlio di una menomazione o di una distrazione, di un sovrappensiero.

Nessuno può volare eccetto gli aerei e gli uccelli, ma possiamo camminare, di fianco, tu inciampi ed io tengo.
Dovrebbe essere così una squadra.
Le squadre tracciano linee di precisione ma sono, nel loro significato più empirico, un insieme di persone che giocano per la stessa fagocitosi di intenti: la vittoria.

Un insieme è composto da due persone.
Due sono una squadra.
In due si vince e si perde, ma se uno cade nel fosso l’altro ha un braccio teso per tirarlo su.

Il tutto con l’impegno quotidiano, la presenza del rischio, con la consapevolezza delle acrobazie evolutive.

Se la trapezista avesse paura e mostrasse fatica nei suoi salti non renderebbe grazia al suo volare.

Ed allora in due ci si può dare la mano e forse iniziare a volare.

Che a volare non sono bravi solo gli alati o gli aeroplani ma anche l’immaginazione del rischio.

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