Il rispetto è un animale silenzioso

Non pochi mesi fa una persona a me molto cara pronunciò queste parole: “Ricorda che vali, tu vali!”
Sorrisi, eravamo al telefono e, seppur privi di contatto visivo, era come se mi percepisse.
Continuò, dicendomi che per far si che in questo mondo di “quasi, ancora qualcuno si salva, barbari” il sol modo per non farsi sopraffare era quello di evitare di far entrare chi non ci rispetta nella propria vita.

R.I.S.P.E.T.T.O.

Ho sempre amato questa parola, fin dal suo suono.
Parte da un sibilo, quasi a voler far il suo ingresso cautamente, come se il suo fosse un arrivo silente e quasi inaspettato per poi prendere forma nel finale, dove una doppia di bocca quasi chiusa e tono profondo ne sigla il suo “doverci essere”.
Quelle due tt” seguite da una semplice vocale, la o”, sembrano quasi gridare a chi si para davanti:
“Heilà, marrano, hai capito che ci sono, esisto e tu non puoi ignorarmi!”


Come se bastasse un suono ad evitare che un diritto potesse esse negato.


Il rispetto ormai deve essere preteso e neanche basta, certe volte, a porlo in essere, che poi si finisce con il prendersi a schiaffi metaforicamente perché il Buddha che vive in ognuno di noi si è messo a dieta e sta incazzato nero.
Ma prima di arrabbiarsi per qualcosa che ci viene privato nella semplice modalità di vita, per quanto mi riguarda, adotto un escamotage.
Vado via.
Sempre.
Senza proferir parola e non per vigliaccheria. 


Ci vuole molta più forza a rimanere in silenzio e non perdere la stima di se stessi che scendere in campo per una battaglia persa.


L’unica guerra da combattere è quella contro le Termopili e Gorgo sa che per scendere in campo con Leonida ne deve valere “giusta causa” senza pena, che quella la lasciamo a chi finge di aver letto Silvio Pellico.

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