Philip Roth, l’eterno premio nobel

La sua penna magistrale ha raccontato l’immutata fragilità degli esseri umani, con una comica genialità intrisa di imperante morale, Philip Roth è stato lo scrittore più letto ed amato nell’ultimo secolo, l’eterno candidato al premio Nobel, la voce di un’ America che, uscendo dal perbenismo e dalle regole del romanzo, ha scandagliato in ogni parte l’uomo e i suoi desideri. Nato da una famiglia della piccola borghesia ebraica, a New Jersey il 19 Marzo del 1933  e morto a Manhattan il 22 maggio del 2018, è riuscito a dar vita con il suo genio, a volte contrastato e criticato, ad una produzione infinita di romanzi. Vincitore del Premio Pulitzer nel 1997 con il suo romanzo Pastorale Americana, in tutta la sua vita non ha fatto altro che raccontare storie.

“La vita è solo un breve periodo di tempo nel quale siamo vivi.”

La sua poetica getta le radici nella società americana di un Novecento non privo di problemi, raccontando il sesso, la religione, la morale e gli ideali americani. I suoi personaggi, uomini e donne ricchi di cruda sensualità, molto spesso sono stati le sue sedute psicanalitiche, la fuoriuscita delle sue interiorità. Una sincerità spietata, non certo consolatoria, ha fatto di Roth un fluviale inchiostro che in tutta la sua vita, scrivendo, si è assunto la responsabilità di portare i suoi lettori in quelle stanze segrete che spesse volte, per perbenismo e rigidità morale rimangono chiuse.

“La letteratura non è che un altro aspetto di una vita in cui ogni persona è chiamata ad occuparsi di se stessa, senza che lo debbano fare gli altri al posto suo”

Morto nell’anno in cui per un forte scandalo di molestie,  l’Accademia di Svezia ha deciso di non assegnare il Nobel per la Letteratura, è stato un nome spesso citato negli anni come candidato e come possibile premio, questo, però, non ha impedito che il suo genio venisse apprezzato e riconosciuto in ogni parte del mondo. La sua nascita letteraria lo vede protagonista nel 1959, con il romanzo Addio. Columbus. per poi esordire con Il lamento  di Portnoy, un interrotto monologo del narratore,  Alexander Portnoy, una delle figure più iconiche create dall’autore, sotto la supervisione del suo psicanalista Spielvogel.

“Ma l’inibizione mica cresce sugli alberi, sa- richiede pazienza, richiede concentrazione, richiede un genitore devoto, dédito, pronto a sacrificarsi, e un bambino attento, volenteroso, diligente, per creare nel giro di soli pochi anni un essere umano realmente a culo stretto, rattenuto.”

Tutte le opere di Philip Roth sono state pagine piene di  frasi che hanno dato vita ad una trascendenza inquieta, superbo anche nelle  virgole, non ha mai diniegato al lettore la possibilità di toccare con mano la crudezza dei fatti raccontati, di lasciarsi perforare la carne con dettagli mai lesinati,  sempre descritti alla sua maniera, quel modo di incidere con le parole.

“Cosa crede, la gente che basta innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.”

Con L’Animale morente, Philip Roth  tocca con mano quanto l’attaccamento al sesso sia legame con la vita e da valore, riconoscendolo, al diritto del piacere, visto come qualcosa di vitale, scardinandolo da un filone perbenistico, incasellato da quella parte di società puritana.

“Questo bisogno. Questa follia. Non avrà mai fine? Dopo un po’, non so nemmeno io qual è la causa della mia disperazione. Le sue tette? la sua anima? la sua giovinezza? la sua semplicità? Forse è peggio di così: forse, ora che mi sto avvicinando alla morte, anch’io segretamente desidero non essere libero.”

 

 

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