Non sarà mai un vero addio

Nella disperazione ho provato a dimostrarti quanto fossi indispensabile per me.
Quanto ti avrei accudito dentro il mio cuore per far si che continuassi a vivere.
Era il giorno di quella che sarebbe stata per me l’ultima “festa del papà”, seduta accanto al tuo letto, sei stata la persona che è riuscito ad edificarci un mondo immaginario tra quelle coperte:
ma che altro si poteva fare?
Dissi:
“Ti somiglio, sai, ho il tuo carattere, sento che sono così grazie a te”.

[…]

Ho sorriso, imbarazzata e impaurita dalla possibilità che avesse potuto cogliere da questa mia goffa speranza di regalargli l’eternità,
la consapevolezza della sua imminente fine.
Ma lui lo sapeva già.
Lo sapeva, lo sentiva, ma fingeva per non addolorarmi.
Ecco, la mia mente è lì.
È ferma a contemplare la distanza fra la sua dignità, il suo coraggio, la sua lucida, pacata consapevolezza e la mia paura, il mio smarrimento, il mio bisogno di capire come fare per tenerlo sempre e per sempre vivo.
In quell’istante esatto mi ha insegnato il dolore.
Qualcosa di meraviglioso.
Non potrò mai essere grata abbastanza a mio padre per avermi fatto vedere come si muore.
Io che stanca, tanto, con anni di battaglie vinte e perse sulla schiena, vagabondavo senza orientamento, perché niente aveva più senso nella mia vita da quando sentivo che l’aldilà o l’aldiquà erano vicini.
E lui dall’altra parte che miliziava tra le prime file dei “fucilieri assaltatori”, convinto di farcela.
Anche quando era tanto stanco e pregava Dio di farlo morire.
Le stelle, le mie amate stelle non le vedevo più ma lui, ogni volta che percepiva il mio sguardo nell’abisso del buio, non risparmiava nel farsi cometa per riportarmi la luce.
Piccola, in una solitaria sofferenza, contro la grandezza del suo sguardo aperto verso il proprio destino, qualunque fosse.
Apnea e respiro.
Assenza e presenza.
Forza.
Accettazione.
Guerriero che in una valle di lacrime sfidava quei “mostri” in un decoroso silenzio fatto di “stringimi la mano”, ” mi tieni compagnia?”
Quanta ce ne siamo fatta.
Silenziosi, parlavano le mie dita intrecciate con le tue.
Calore, sentivo un calore umano che mi apparteneva.
Humus dei miei pensieri più profondi.
Ho scattato una foto prima che morissi.
È atroce, orrenda, incontemplabile ma per me è importante.
Non voglio dimenticare quanta Sparta albergava in un mucchio di ossa e pelle dove un veleno verde finiva di rompere gli argini di una diga ormai crollata.
Non chiudo gli occhi davanti a quell’immagine che mi ricorda quanto i lamenti altrui mi stiano antipatici e siano diventati, adesso più che mai, inascoltabili, soprattutto se volontariamente apro il telefonino e tra la galleria delle immagini vengo a cercarti, così.
Ma sei anche bei ricordi, papino mio.
Non c’è giorno che non provi a tenerli incollati tra un sorso di latte al mattino e la preghiera della sera, prima di dirti buonanotte.
Riesco a pregare, grazie a te, sai?
Provo a riascoltare nell’auditorium del mio animo la tua voce: non l’ho mai registrata per davvero e ho paura di non ricordarla più.
Non c’ è giorno che non provi a interrogarlo per cercare una risposta ai miei dubbi, che non maledica la vita perché nessuna delle mie domande riceve mai una risposta.
Ma in questa ingombrante assenza un consiglio riesco sempre a leggerlo, il tuo, quello che c’ha tenuto in piedi tra un tacito “barcollo ma non mollo”
“Nulla può vincerti, Francesca”.
Niente.
Neanche una sconfitta.
Una perdita.
Il dolore.
Perché  mi hai fatto capire come si fa. Insieme alla vita, mi hai insegnato la morte.
E non c’è niente di più grato che un genitore possa fare per il proprio figlio.

– Ti verrò a cercare, un giorno, e saprò di trovarti seduto nel bel mezzo di una sterminata leggerezza d’animo.
Non farò rumore, incrocerò le gambe accanto alle tue ed il silenzio del niente ci racconterà quello che entrambi già sappiamo.
Un padre ed una figlia non devono far rumoreggiare parole che solo il cuore ha la possibilità di pronunciare.

Tu sei il mio papà.

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