Nessuno si salva da solo

Dialogo interiore di una bambina mai nata.

Sono andata a prendere quello che ho di più caro, una tua foto conservata in un quaderno a quadretti piccolo, con la copertina verde.

La guardo tutte le volte che posso. Siamo noi due in salone, uno accanto all’altro, una smorfia certificava un sorriso. Lo era? Non me lo ricordo. La data scritta a penna riporta il 10 dicembre del 2010. Ho pensato che anni dopo saresti morto e con te anch’io. Sono andate via tutte le certezze affettuose dei progetti. Non ho più sogni, le speranze sono un nodo in gola che non riesce a sciogliersi in quei pianti liberatori dove “tutto passa, asciuga quei lacrimoni”. Se tutto è passato di certo non si è fermato da me. Qui a giacenza immemore c’è uno zaino pieno di niente e non so neanche gettarlo via nell’ umido. Mi sento persa, senza forze e con un silenzio così ingombrante che dissimulo con parole buttate a caso. Già, il caso, che se fosse davvero figlio del destino adesso mi chiamerebbe sorella per sedersi accanto ed indicarmi il ritorno verso casa, la mia. Vorrei appiccicarmi un’etichetta di quelle enormi che mi dica cos’abbia ed invece neanche i vari controlli sottolineano questo stato di forte inquietudine che mi sta consumando. Chiedo in affanno se sia depressione, una bipolarità conclamata, un disturbo narcisistico di personalità che attesti questo mio sbandamento emotivo ed invece mi sento rispondere un riflessivo “sana e robusta costituzione mentale, senza nevrosi, paranoie e sbalzi d’umore”, ed allora cos’è? Voglio un appiglio a questo sturm und drang che la notte mi stritola lo stomaco come i rami intersecati di una di quelle foreste che si vedono nei film dell’orrore.

Cos’è questo senso di nulla davanti ai miei occhi? Cos’è questa voglia di non fregarsene più del dolore altrui?

“La tua salvezza”, mi sono sentita rispondere da un luminare, uno bravo,  di quelli che se la tua testa non funziona non si fa scrupoli a farti iniziare una terapia della parola e non solo. Uno di quelli che allerta i familiari per tenerti sotto controllo casomai decidessi di venire da te. Ci penso spesso, mai concretamente, è più una voglia di mancanza che un atto da compiere. Ho chiesto cosa volesse significare “salvezza” mi ha spiegato che avendo accumulato tanta rabbia per non essermi mai ribellata ai severi soprusi che la vita certo non mi ha voluto risparmiare, perché troppo educata nel saper mandare a quel paese le persone, ho ingoiato tanto veleno. Sono così satura che ho smesso di mangiare e adesso, se ho voglia di salvarmi, devo smetterla di essere “ferma” e lasciarmi guidare da tutta l’inquietudine che mi agita dentro.

Sai che non so come si fa, abituata a quel “stai composta”, non so neanche aprire le gambe per sentirmi stravaccata sul ciglio dell’inafferrabile vita.  Rimango in silenzio ed aspetto. “Non fa bene attendere” mi dice questo luminare. A sei anni con le ginocchia sbucciate dopo quella caduta ero immobile, avrei voluto che ci fossi stato tu a salvarmi e poi a ventiquattro, a trenta, trentacinque, sempre immobile. Anche adesso sono immobile.

Dov’eri quando avevo  bisogno di te?

Nessuno si salva da solo.

Dove sei adesso che ho bisogno di te?

Il luminare dice che mi faccio da madre e padre fin quando ho compreso come fare, lui non sa che vorrei solo tornare a casa, che ci provo con tutta me stessa ma se mi guardo attorno ancora non so dove sia.

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