#Modernlove2.0

Veloci, affamati, si insinuano nelle crepe aperte e come infiltrazioni d’acqua arrugginiscono, a lungo andare, quei tubi dell’anima ormai aggiustati alla meno peggio per non morire in un nichilismo del tutto esogeno. Bloccati in un’epoca dove la fedeltà sembra una chimera e l’amore una frase da interpretare  nei cioccolatini al gusto Bacio. Sono i sentimenti “last minute” a cui ognuno di noi, storcendo il naso, per forza di cose, si è abituato perché capitato nel tritacarne dell’ usa e getta emotivo o, se non ancora arreso a questa liquidità delle emozioni, è semplicemente uno spettatore passivo. Il “faccio quello che mi pare e piace” con il cuore di qualcuno, dopo averlo attirato nella “tonnara” delle promesse, organizzando attese, fomentando sogni, maturando unioni a lunga scadenza neanche si dovesse dare il nome ad una nuova marca di latte UHT, è la moda del momento o forse più lampante perché figlia anche dell’ evoluzionismo virtuale che permette di innamorarsi alla Postalmarket, scorrendo foto e con un pollice verso, decidere un: “Ave, Caesar, morituri te salutant”. Il mondo di dentro, nelle relazioni interpersonali, oggi, è più che mai sgretolato. Se per caso ci si imbatte in una relazione, bisogna capire quanto si è disposti a dare e rimanere e non scappare davanti alla prima incomprensione solo perché la superficialità d’intenti prevale sul buonsenso del costruire. Accettare l’imperfezione nella conoscenza e non l’immediata idolatria del tutto troppo rapido, tutto troppo presto, “mia, tuo, nostro, vostro, Amen”, pronomi personali usati alla come viene, iniziati con quel “per sempre” che sarebbe molto più onesto tramutare in un “Chi ti sape” (ma chi ti conosce), foriero di interesse per scoprire, scoprirsi e scoprirci. Perché se un valore dovremmo aggiungere nelle tacche della nostra virtuosa esistenza è anche quello dell’onestà. Smettere di giocare a rimpiattino con le persone solo per provare a soddisfare i propri bisogni. Chi va via delude e dopo, le ferite rimaste, bruciano neanche ci si mettesse del sale sopra. Ma sono ferite che per essere sanate hanno bisogno di essere sofferte e mostrate. Quando accade, però, non bisogna considerarsi deboli: ci vuole molto più coraggio a “sentirsi un po’ stanchini” – per dirla alla Forrest Gump -, sedersi su una panchina, semmai con una scatola di cioccolatini sulle gambe che regala semplice piacevolezza nella compagnia solitaria che fingere di essere tanti Leonida senza scudo, privi dei trecento, lontani da Gorgo. L’abbandono fa male ma un grande “chissenefrega” è quell’ antidepressivo che da la spinta per una  ripresa.

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