Marcellino pane e vino: un trauma

Uno dei traumi infantili che a memoria mi è rimasto ancora impresso è il film “Marcellino pane e vino”.

Infatti, ogni volta che andavo a casa di mia zia, avevo paura che dal crocifisso formato famiglia (che più era grande più Gesù poteva vegliare su tutta la famiglia, fino alla sesta generazione) si potesse levare una voce e parlare con me.

E così, ogni volta, da questa zia, quando mi diceva: “Chicca vai un attimo in camera mia a prendere la scatola con le pillole per la pressione sul comò” per me era una prova durissima.
Iniziavo con una lenta camminata sotto il muro, prima di giungere nella sua alcova, poi presa da un impeto di coraggio, entravo, un occhio alla croce, con la manina, guardando quella statua di gesso, dicevo: “Aspetta non parlare mo’ che sto sola”, prendevo il blister e scappavo via.

L’altro giorno, dopo tempo, ho rivisto su un canale sconosciuto anche all’etere ma che si prende solo in casa mia, proprio la scena di quando ‘sto creaturo orfano e un poco malaticcio saliva nella soffitta a parlare con Dio.

Tant’è che l’ho visto fino alla fine e quando poi sono rimasta sola, alla fine del film, insieme alla commozione, che a me quando muore Marcellino mi ricorda sempre un poco la scena di quando Bambi piange la mamma, ho guardato il piccolo crocifisso alle mie spalle, che noi siamo pochi in famiglia, la protezione può essere equa e gli ho fatto lo stesso segno con il palmo di quando avevo otto anni: “Aspè, se mi devi dire qualcosa passa un’altra volta”.

Avrà capito, infatti è squillato il telefono.

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