Ma che bel bimbo!

Adesso capisco perché in me alberga anche un sottilissima sfumatura d’animo che assomiglia ad un uomo in preda ad un attacco d’ira quando la sua squadra del cuore sta perdendo al novantesimo.
Tutto parte dai capelli alla “maschietta”, gioiosa definizione della mia genitrice verso un taglio poco decifrabile, effettuato quando avevo poco più di tre anni e fattomi portare con disinvoltura fino ai nove anni – meticolosamente studiato con una scodella in testa, quelle bianche di plastica, bombate, che con il passare del tempo e a furia dei continui lavaggi si ingiallivano, dove nonna era solita adagiare la verdura una volta tagliata per poi sciacquarla – e che ha condannato gran parte della mia infanzia al tormentone del: “Ciao, ma che bel bimbo!”
Senza dimenticare che per svariati carnevali sia stata: Il principe azzurro con una piuma gialla sul cappello e calzamaglia celeste che mi prudeva vicino alle gambe, tanto da trascorrere il tempo, mentre gli altri bambini lanciavano coriandoli, a grattarmi e a fare piegamenti sulle ginocchia tipo le rane perché l’acrilico mi si appiccicava sulla pelle, immaginatevi la tortura!
Ho indossato anche le vesti di Lorenzo dei Medici, possessore di un mantello che gli arazzi del Medio Evo pesavano meno. Sono stata Zorro, detentore di una sciabola vera, credo fosse quella di Sandokan, prestatami incautamente da mio zio, un astronauta senza navicella e prima di passare alla trasformazione di fattezze più comprensibilmente femminili, ho indossato anche una tunica nera fino ai piedi, tanto da inciampare quando camminavo perché dovevo impersonificare quel “sant’uomo” del cardinale Richelieu, con baffetto disegnato a matita nera eye-liner ed un volume enorme dell’enciclopedia Treccani scelto a caso per far finta che leggessi qualcosa di religioso.
Insomma, ancora adesso porto dietro gli strascichi di una confusione di personalità maschili ed ingombranti.
Il deus ex machina: quel geniaccio di mia madre!

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