L’invadenza è una sottile linea rossa

“Permesso?”

Chiedo sempre permesso, anche quando so di essere aspettata, perché l’invadenza è un qualcosa che proprio non sopporto.

Ha in sé quel sorriso beffardo di chi, incurante della tua persona, invade spazi con una cadenza incessante e presente.

Inizia spinta da una preposizione semplice, “in”, che usata in una frase è quello stato in luogo fermo e deciso, come se si dovesse accettare una presenza scomoda senza potersi ribellare.

Continua con quel “va” spinto, a suggerire quel “mettiti lì, non essere titubante, fregatene, è vero non ti hanno detto di entrare ma sei un verbo che volge al futuro, cosa mai potranno dirti?”

Si conclude con quella parola che di liquido non ha neanche la leggerezza, “denza”, una “s” cambierebbe il senso logico del suo dire, ma no, lei ha quella “z” che nella corsa al podio arrivare ultima non è un suo problema, chiosa una presenza senza avere possibilità di andare oltre, dopo non c’è più nulla ed al nulla puoi solo arrenderti.

La zeta è la resa degli avversari.

Non è un oltre, che richiama il più delle volte ad un teatro dove la scena aperta, senza sipario, recita gli atti della trasgressione e del rischio.

Semplicemente evoca un travalicare di confini, quelli che tacitamente vengono oltrepassati saltando una linea rossa che dei colpi ha il rumore assordante della cattiva educazione.

Si raccomanda spesso, soprattutto ai bambini ed ai ragazzi, di rispettare le regole e non esagerare nell’oltrepassare gli spazi della confidenza.

E con gli adulti che si fa?

Fagocitati dal pensiero flessibile che si può andare oltre perché tra vincoli e limitazioni ormai la differenza non si riesce proprio più a percepirla.

Confini.

Mettere confini quando il rispetto, oltre quel segno rosso, viene bypassato, soprattutto quando si rischia di mettere in pericolo la libertà personale con la prevaricazione.

L’autonomia dell’osare non sempre coincide con il rispetto del poter fare.

L’invadenza è l’assalto di chi, prepotentemente, non conosce l’alfabeto ed incurante della metrica, decide di “battere” le mani ma che del “levare” non ha neanche gli accenti.
Quando delle volte basterebbe ricordarsi la regola aurea che a casa delle persone non si disturba mai con una telefonata dopo le 21:30.

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