L’amore malato

Noi due eravamo un vortice dentro quel groviglio di emozioni che non sapevamo spiegarci.

In quello tsunami di sensualità e forza di vita mi ci hai trascinato senza volerlo ed ora sono qui, inerme, a riguardare le mani che hai baciato, accarezzo i capelli che hai tirato, sento, sotto i palmi, le mie guance, baciate dalla tua bocca non più innocente da quando ci siamo respirati.
Sei andata via, senza lasciarmi nulla, in compagnia di un dolore sordo e straziante di chi non ha una sua pace se non nell’anestetizzarsi di un liquido chiaro e pungente.

Mi avevi promesso vita, ti sei portata via la mia?

Perchè?

L’egoismo del dolore non è mai un assolo stonato in questo concerto di lacrime.

Ho preso la tua anima è l’ho accesa sulle mie carni usurate da giornate fatte di impegni e scopi.
Sei arrivata quando il senno di poi scandiva i pomeriggi della mia esistenza.
Hai riso, parlato, riso, urlato ed ancora riso e pianto ed io, nella mia infinita oscurità, subivo il fascino della tua contagiosa ilarità.
Ti ho consumata, dissipata, usata, maltratta, amata con dolore e forza ma tu, sempre zitta, in una stanza di acqua e cemento dove avevi riposto vesti sgualcite dalla distrazione di un tempo che non arginava il suo scorrere.

I tuoi occhi pieni di amore e rabbia li ho mangiati sotto la furia dei miei baci.
Li ho spenti sotto la carezza dei miei pugni.
Li ho trafitti con le espressioni delle mie parole.

Hai parato ogni colpo senza infierire in drammi scenici da attrice mancata.
Avevi pronto tutto. Ogni cosa era preparata nella valigia del tuo piano, riposta con cura la speranza della tua capacità di fuggire, hai chiuso quel trolley e sei scappata in un dove che dell’altrove non ha nome né indirizzo ma solo una data.

Ti cerco ovunque.

In ogni sogno del mattino, in tutte le lacrime della notte, ovunque, l’aria pungente del freddo di gennaio, mi ricorda quanto bella fosse la tua capacità di amare senza chiedere nulla in cambio se non l’amore stesso.
Oggi ti ho rivista nelle scarpe rosse di una ragazza,  correva veloce per non perdere l’autobus, l’avrebbe portata forse a casa.
Avrei voluto fossi tu quella casa, quelle scarpe, quei capelli legati in una coda.

Mi sono ricordato di quando le mie dita afferrarono quei pensieri raccolti e ti strattonarono in terra: volevo dimostrare quanto la bellezza fosse pericolosa.

Adagiato in un vicolo ho rivisto i tuoi sguardi senza paura, pieni di sfida e “pagherò”, è mancato un colpo, una vertigine.

Ho pensato di venirti a trovare, un giorno.
Forse riuscirò a chiedere quel perdono che non è dato provare alla mia anima.

Hai i tuoi fiori.

Questo non basta ma acquieta in un’esistenza in cui la dannazione di un peregrinare senza sosta sarà una pace effimera che mi ha condannato a questa vita dove ricordo ancora il tuo nome.

Lascia un commento