La lealtà è una parola antica

La lealtà è una parola vecchia.
Ha le sue radici nell’ antico virtuosismo di fiducia e promessa. Nel 396 ne dette buona prova Agesilao che mantenne i patti con la massima fedeltà.

Patti, fedeltà, e di nuovo lealtà.
Quando le si presta attenzione non si può evitare di fare un salto dentro la propria autoconoscenza, dove in un gioco forza personale, ci si mette in gioco con la propria coscienza (quando se ne ha una) e si lotta, come in un incontro di pugilato dai set infiniti, con l’ordine dei desideri in perenne conflitto con quello che realmente è.

[…]

Avevo ventiquattro anni quando guardai per la prima volta il nichilismo della menzogna.
Le certezze erano innegabili, la verità esisteva sotto gli occhi di tutti, non c’era nulla che avrebbe nascosto quel tribunale di accuse, niente se non la coltre di negazione che andò a coprire la lealtà.

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Ho imparato allora che le persone (non tutte sia chiaro) sopravvivono edificando principi ed ideali aleatori, adattano il proprio credo all’utilitarismo menzognero dell’edonismo.
Consumati dal piacere del male godono nello strumentalizzare la propria soddisfazione personale arrivando a lasciar da parte la trasparenza.

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Da quel giorno sono sempre in ritardo. Sulle prese di posizione, sui momenti giusti, sulla volatilità della vita.
Ho un orologio sbagliato che segna le ore secondo il suo tempo.
Il sano pragmatismo mi sfugge anche quando la razionalità mi fa alzare da terra senza convenevoli e fronzoli.
Tutto sfugge, tranne la lealtà che quella non la baratterei neanche con le pentole del diavolo.

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