Inganniamoci con la felicità

Aristotele diceva che “Il bene perfetto è ciò che deve essere sempre scelto di per sé è mai per qualcosa d’altro. Tali caratteristiche sembra presentare soprattutto la felicità”.

Ma cos’è realmente questa relatività che si ciba di passioni, emozioni, desideri, sogni, obiettivi, benessere e risate, alimentandosi in un ordine sparso di tutte queste cose che della teoria hanno poco a che vedere e nella pratica trovano la loro massima forma di espressività?

La felicità è come un’ anguilla, quando credi di averla tra le mani ecco che sguscia via.

Non è riassumibile in un postulato, in una pagina di un libro, non la troveremo dentro un sermone ben speso o nella saggezza delle considerazioni fatte per placare gli animi quando sono alla deriva.

La felicità è una ricetta mal scritta, un’ alchimia ingannevole, una beffa anche delle menti più eccelse.

La felicità è accontentarsi di quello che si ha o anelare, avendolo, quello che non si ha?

L’effimera formula magica di come raggiungerla non ha nulla di scritto in una chimica masticabile o in una paradossale strada del silenzio e della meditazione. In questa quiete dell’anima si potrebbe provare a risentire la meraviglia, quello stupore che prendendoci per mano, con ironica leggerezza, prova ad accompagnarci alla scoperta della vita.

E se la felicità alla fine fosse solo un inganno?

Servirebbe solo a sperare e delle volte anche lei decide alla fine di morire.

Ma non è nella morte di tutte le cose che risiede la vera salvezza e forse, a pensarci bene, anche la rinascita?

Sia mai che stavolta trovi il postulato per risolvere l’equazione che dicono si chiami felicità.

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