Evanescenza

“Cosa è successo?”
“Non saprei dirlo, quella donna è troppo strana”.

[…]

Determinate volte muoversi diventa l’unica uscita di sicurezza alla lenta gestazione del dolore.
In una fase di chiusura dove la testa è diventata muraglia per edificare paure ed esprimersi, proiettarsi nelle azioni o nel pensiero è l’unico terreno che riesco a solcare con i piedi della mia anima imbizzarrita, arrabbiata, spaesata, debole ma sempre ben presente a se stessa.

Stanotte ti ho sognato, succede che arrivi a dirmi che ci sei quando credo di esser sola. Ti ho chiesto come si fa. Come si fa a prendermi cura di me; io che so soltanto prendermi in carico altro ed i problemi del mondo intero digrignando i denti, stringendo i pugni in simultanea di una mascella serrata, chiudendo gli occhi e inarcando la curva di Venere che ormai scompare tra le scapole, ossa di un’esistenza che non fa altro che tenersi le mani in tasca, nel fischio silenzioso di un virtuosismo imposto da un ego troppo severo.

Mi hai guardata sornione, indossavi il tuo maglione preferito, quello bello, con le strisce rosse e blu di Paul&Shark, con i polsini blu e lo stemmino dello squalo sul petto, cucito in piccolo. Li compravamo ad Ischia, ricordo che insieme, d’estate, ci organizzavamo per il tuo guardaroba invernale.

Ho odiato mamma quando ha regalato tutti i tuoi vestiti, volevo indossare i tuoi maglioni. Ne ho salvato solo uno, della medesima marca, tutto blu come Marchionne, dicevi.
Quanto ti piaceva Marchionne per il suo rigore produttivo, quello che mi hai insegnato nella vita, rigore e lealtà che di cavalieri con la macchia ne è pieno il mondo, la distinzione la fa la differenza.

Mi hai guardato tutto il tempo del sogno con le gambe accavallate, seduto sulla tua poltrona ed il mento appoggiato alla mano.
Lo faccio sempre anch’ io.

– La genetica è un gesto ripetuto inconsapevolmente, diventa casa -.

Ti ho chiesto come si fa a smettere di farsi piccola piccola e non occupare spazio, io che di ingombrante ho anche la risata.
Come si fa a deglutire ogni emozione fingendo che sia una medicina amara da dover per forza prendere con il naso tappato e gli angoli della bocca strizzati.
Come si fa a non sentire male senza avere nessuno che ti abbracci e prenderti le mani e da sola dirsi “andrà tutto bene”.

[…]

Papà sei bello. Nel mio sogno sei bello, non mi parli ma ascolti.
Ti allungo un braccio come quando facevo da bambina, voglio che mi tieni un po’ con te.

Mi sono svegliata di colpo e sei sparito.

Svanisce tutto Antonio mio come il ricordo della tua voce, e per la verità sto scomparendo anch’io, anche se so il perché.

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