Ci vuole coraggio!

Ci vuole molto coraggio a chiedere aiuto. Ci vuole coraggio ad ammettere che da soli proprio non si riesce neanche a capire che cosa sta succedendo. Ci vuole coraggio e questo succede solo quando si ha paura.

Ciao Malattia,

dicono – vai a capire poi chi ha ragione – che chiamarti così sia sbagliato ma non trovo altro modo per darti un appellativo. Perché tu sei una malattia che sta mangiando ogni parte sana di me stessa. Sono così incazzata con te che vorrei vederti concreta – in carne ed ossa – ed invece sei meschina, ti nascondi negli anfratti più bui dell’ anima e fai male, mi stai facendo male, rendendomi inerme. Credo tu sia felice di vedermi con le mani alzate mentre ti urlo nei miei silenzi ingombranti e cefalgici “adesso basta, smettila, mi arrendo, fai quello che devi ma muoviti a farlo!”

Mi hai preso in giro in tutti questi anni, hai trovato mille escamotage per trasformarti ma adesso è davvero difficile negarti, arginarti, evitarti, far finta che non esisti; esisti tu/scompaio io. Cosa devo darti in cambio per farti andar via? Se vuoi quei 21 grammi di sensibilità, prendili. Neanche mi servono più. Posso darti il mio entusiasmo, la mia tenacia, la voglia di ridere nonostante tutto, prendi e porta a casa, ma cedi e lasciami nel corpo quella me stessa che aveva sempre una soluzione in tasca insieme ad un pacchetto di gomme e le chiavi di casa. Ti odio e non come un sentimento ovidiano, ti odio per tutto quello che mi hai portato e mi stai portando via. Mi fai vergognare quando davanti ad uno scaffale di biscotti rimango venticinque minuti a capire se devo comprarli o meno, intimorire davanti un piatto di pasta che non sia scotto e in bianco, annienti il desiderio del piacere, quello di mangiare e tutte le volte che varco quella soglia e penso di aver compiuto un atto eroico, arrivi più incattivita di prima a ricordarmi che no, non è per me, tutto il cibo del mondo non è per me. Stai illudendo la mia realtà convincendola che non abbia bisogno di nessuno, relegando il mio essere donna in una cinta muraria di negazioni e sguardi severi. Depauperi la mia energia sottraendole forze fisiche e mentali, mi stai portando in un limbo dove l’andata ed il ritorno non hanno un biglietto.

Mi stai facendo allontanare tutte le persone che con amore vorrebbero abbracciarmi, io che adesso odio anche gli abbracci, lo sai che sei una stronza di merda mia cara malattia?!

Papà un giorno si sedette accanto a me, avevo un piatto di riso in bianco davanti, lo ricordi, le mie lacrime lo salavano e la sua mano mi dava conforto. Avevo ventiquattro anni, ti eri già impossessata lievemente di me, lo mangiammo insieme. Io piangevo e piangeva anche Antonio perché per noi quello fu un traguardo.

Mi hai lasciata stare per tanto tempo da quel giorno ma adesso hai altre vesti, altre forme e un altro linguaggio. Non c’è l’ho più un padre che mi tiene la mano ma ho me e se pure oggi mi hai buttato al tappeto, lasciandomi in un angolo a zittire il da farsi, non hai vinto, non hai vinto ancora perché ci vuole coraggio anche ammettere che esisti.

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