Chissà se Kafka voleva cambiare il mondo?

Il mio desiderio più grande, fin da quando ero un cacio alto e poco più del soldo, fu quello di cambiare il mondo.
“Che pretese, bambina” diceva la maestra, “ei fu” Elena, una donna brutta ed antipatica che di materno non aveva neanche la vecchiaia.
Anziana.
Era un’insegnante secca, verde in testa e con le mani macchiate dal tempo e mi odiava.
Letteralmente.
Perché avevo cuore e sensibilità e nei temi volevo cambiare il mondo.
“Voglio cambiare il mondo!” “Che assurdità!”
Rabboniva la professoressa Silvana che mi definì problematica in quel tema Kafkiano, avendo io, la ragazzina che voleva cambiare il mondo e ci provava con le uniche cose a sua disposizione per la tenera età, parole e ragionamento, paragonato una parte della sua interiorità sofferente ad uno scarafaggio.
Furono chiamati i miei genitori.
Si scomodò papà.
Antonio, atteso da una capannella di professori silenti, lasciò che parlasse.
Dopo, nel tempo di un sospiro, la raggeló, con una Muratti tra le dita, epoca dove nell’atrio di una scuola si poteva ancora fumare, ed una mano nella tasca dei suoi pantaloni a costine di velluto blu.
“Mia figlia” (che altisonanza già dal possessivo pronunciato, fermo e senza tremore) “vuole cambiare il mondo, lei apprenda e glielo lasci fare”.
Tacquero tutti, anche i presenti.
Tranne io che sbuffando dissi: “Adesso andiamo, voglio un gelato, prima di cambiare il mondo!”

[…]

“Volevo cambiare il mondo”.
Nelle occupazioni, con gli scioperi ed i baci dati di nascosto nel campetto di calcio sopra il liceo classico della città.
Con i Mak-p organizzati e le amicizie mai dimenticate.
“Volevo cambiare il mondo” da matricola per una laurea che mi avrebbe portato a fare il diplomatico…
Poi ho smesso di desiderare di “voler cambiare il mondo” ma so che il mondo non è riuscito a cambiare me.
Ed allora continuo e scrivo.
Per mestiere.
Credo sempre che con le mie parole potrei cambiare un’infinitesimale parte di mondo.

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