C’è del basilico da innaffiare

La luce del buongiorno racconta il sentimento più semplice è difficile che ci possa essere, il dicotomico legame che lega una madre ed una figlia.

La casa di fronte, quella che guardo se mi affaccio dalla veranda della cucina è un palazzo dalle pareti dipinte di rosa.
Tante finestre, davanzali di stanze spesso accese anche nel buio della notte.
Spesse volte, quando gli incubi fanno capolino mi sveglio e vado lì, in quell’angolo di una terrazza sempre in ordine, odore di panni da stirare e basilico l’indomani da innaffiare.

Nessuna storia d’amore è profondamente stabile come quella che parla della nostra infanzia. Per tutta la vita proveremo nostalgia di chi, seppur trincerati nella distanza imperscrutabile di una fortezza di sentimenti inaccessibili e distanti, ci ha insegnato cosa vuol dire essere amati.

È un paio di notti che mamma ed io ci diamo appuntamento in quel perimetro, focolaio di tanti decenni.
Non ce lo diciamo ma sappiamo che cercarci lì, nel cuore di un’alba che sta per venire al mondo, serve a ritrovare un po’ di noi.

Oggi mi ha messo tra le mani una tazza con del latte freddo dentro. Mi ha accarezzata i capelli e mi ha chiesto perché non andassi via?

Avrei voluto risponderle che quel fantasma di bambina che mi faceva ridere e sentire spavalda nel mio metro ed un soldo di cacio, tanto da combattere i fantasmi nella mia stanza, ha altre fattezze e stare lì mi tranquillizza tanto.
Da piccola credevo che i mostri vivessero sotto il letto o negli armadi, delle volte desideravo trovarmeli dietro la porta.

Ma non è mai successo. La deturpazione peggiore l’ho incontrata per strada, tra le vie di una città, nelle corsie degli ospedali, tra i pixel di uno schermo, tra un caffè e un lavoro mal pagato. Non sono mai stati quelle delle favole dai denti aguzzi e dal pelo verde: avrei saputo affrontarli senza l’esitazione della Misericordia che provo prima di lasciar andare.

C’è sempre un perché nei coraggiosi che saranno perdonati nella loro storia di trionfo umano dopo che sono stati colpiti profondamente.

Abbiamo fissato il giorno con la sua testa appoggiata sulla mia. L’osteoporosi e l’età le hanno tolto qualche centimetro di scheletro ma non d’anima.
Da piccola mi aggrappavo alla sua gonna, mi ci nascondevo, dietro, sempre e lei con quel palmo a coprirmi la testa, mi teneva attaccata in quel contatto di coscia e tempia.
Adesso è lei che incessantemente si nasconde dentro di me quasi a volermi tenere stretta ancora un po’.

Avrei voluto dirle che quel fantasma vive nella paura di non sentire più gli odori di casa e radice.
Ma ho bevuto il latte, nel gesto materno di offrirmelo c’ho ritrovato il suo seno, ho sorriso e le ho detto che ancora un po’, ancora un po’ voglio rimanere lì, a guardare un nuovo giorno con il suo respiro che alimenta il mio.

[…]

“Rimaniamo ancora un po’, c’è del basilico da innaffiare”.

 

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