Basta aprire una finestra

Sono una ricercatrice indefessa di parole che non conosco.
Quelle che a declinarle ci devi pensare su sei, sette secondi per riuscirci.
Tutte le volte che me ne capita una alla mente me la guardo, analizzo, me la giro e volto, fino a spogliarla come farebbe un uomo con una donna prima di farci sesso.
Lentamente le sfilerebbe qualsiasi cosa indossa per capire e sentire la consistenza di quello che ha tra le mani.

La consistenza delle cose, delle persone, delle parole è ciò che ci appaga l’anima educandoci alla lettura dei sentimenti.

Quando alla parola nuova affido il senso del mio capire, la pronuncio a bassa voce, quasi mentalmente, come una preghiera per sentirne l’effetto. Arrivano così, all’improvviso, spesso in un’alba che sta nascendo o in un pomeriggio di caos e nervosismo.

Stamattina ho aperto la finestra e il freddo pungente di un inverno quasi al suo termine mi ha ricordato di soffermarmi e sentire.

Mi ritornava in circolo, senza troppi equilibrismi, la forza di questa parola che ho letto ovunque, ascoltato spesso e come un vaccino mi ha immunizzato senza mai farla mia.

Amore.

Mentre la ripetevo sentivo in sottofondo il rumore dell’universo in espansione.
Ho chiuso la finestra.
Avevo freddo sulla punta del naso.
Ho continuato a pronunciarla.

Il bip di un messaggio mi ha distratta.

Raccolgo lemmi, sparsi qua e là, per imparare quello che ancora non conosco.

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