21 grammi

La prima volta che venni punita per il mio peso fu all’età di dodici anni.
Negli anni novanta quell’età apparteneva ad una bambina non ancora diventata “signorina” che giocava con le Barbie e aspettava di guardare i cartoni animati su Italia1 alle 20.30, prima di cena.

Facevo danza già da sei anni. Avrei dovuto iniziare a quattro anni – decisione di una mamma che nella sua gioventù, figlia di un dopoguerra “caro e amaro” , conservava sogni ma collezionava rifiuti -.
L’intercessione di mio padre permise l’ingresso in quella scuola due anni dopo, come se in quel lasso di tempo potessi maturare ed accettare il concetto di disciplina.

  • Le regole sono fatte per essere infrante quando queste diventano coercizione per la salute ma questo ancora non potevo saperlo.

Fu un evento nella città di Lecce ad umiliarmi.
Frequentavo una delle migliori scuole di danza della mia citta, costola del San Carlo. La sua direttrice, una donna da me – e non solo – molto ammirata, era stata una ballerina importante tra quelle file.
La scelta di portare la scuola ad una gara di danza contemporanea escludendo le piccole e le grasse, mi introdusse nel mondo del rifiuto.
Ora, se riguardo le mie foto in quell’età, posso con matematica certezza asserire che ero in carne ma non in sovrappeso, mi mancava, però, essere scheletrica.
Ricordo che sulla linea rossa, al centro, in prima fila, durante i saggi, venivano posizionate le ragazzine del mio corso che erano magre quanto un braccio di una ragazza anoressica.
In quel periodo sommavo nel corpo un’altezza importante, due gambe, due braccia e una pesante sensibilità.

  • La mia anima ha sempre pesato troppo, anche quando ho smesso di mangiare anni dopo. Lo spirito porta con sé sostanza che non contempla diete e digiuni .

Fui scartata insieme ad un’altra mia amica anche lei definita “troppo in carne” – per non far sfigurare la classe di danza.
La vergogna avvenne come una gogna pubblica.
In una sala piena di specchi e sbarre.
Davanti a tante ragazzine che a quell’età sanno essere crudeli fino a spezzarti con i ghigni silenziosi e le parole bisbigliate all’orecchio della compagna accanto, la calcificazione dell’autostima, appresi che ero grassa.
Indossavo i body taglia M, i jeans taglia 43 ma ero grassa

La direttrice aveva un elenco in mano con tutti i nomi scelti.
Su cinquanta allieve dei corsi più avanzati rimanemmo fuori io ed una bellissima bambina dagli occhi azzurri ed i capelli biondo oro.

Ricordo la rabbia furiosa della sua mamma e lo sguardo compassionevole della mia.
Sei “grassa”.
Arrivai a casa rossa in viso e sudata per tutto l’imbarazzo provato.

Andai a dormire con quel sei “grassa” nella testa e tanta paura nel cuore.

Nessuno mi difese quel giorno. Nessuno mi ha mai difesa in tante altre occasioni dove la paura nel cuore è andata avanti rispetto al diritto alla ribellione.

La scuola di danza vinse un premio ed io, da quel momento, diventai grassa nella testa.
Il che è peggio, un dismorfismo corporeo che non ti abbandonerà mai.
Una severità di pensiero massacro del talento e quel senso di inferiorità nascosto da un rossetto rosso e tanto studio alle spalle.

La vita lascia sempre tanti piccoli e grandi segni, le cicatrici aiutano a spiegare con il significato un dolore.
Delle volte però le spalle non reggono più e i 21 grammi dell’anima sono troppo pesanti da sostenere.

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